| Quando
nel 1985 il poeta spezzino Paolo Bertolani pubblicava, presso Einaudi,
il libro in dialetto della Serra (piccolo paese sulle colline di Lerici)
Seinà, cioè Serate al cui interno compariva la poesia
“Torci” cioè “Frantoi”, il Museo Etnografico che oggi Voi potete
visitare si era appena affacciato nei pensieri degli amministratori locali
ed il vecchio frantoio mostrava ancora tutti i segni del tempo che lo avrebbero
avviato verso una sicura rovina trascinando con sé ogni memoria
di questo particolare luogo in cui non solo si svolgevano tutte le attività
relative alla spremitura delle olive ma fungeva anche da luogo di incontro,
luogo importante per l’economia locale e per scambi di esperienze. Momenti
di aggregazione in quell’arco dell’anno che da novembre arrivava sino alle
soglie della primavera:
Allora/così/a casaccio/tanto
per cominciare:/presse, ramaioli,/un fumo chiaro e leggero,/ l’odore della
pasta d’olive/che si sfanno,/sansa nell’angolo scuro,/ caldaia alla notte
infuocata,/fornella con le patate/sotto la cenere/e poi intinte nell’olio/appena
creato…/E poi?/Pozza dell’olio tiepido/Dove una sera, da ragazzo,/sono
caduto,/e macine/e pulegge…./Quante parole / andateQuante cose..Salvo qualcuna,/racimolata
dai forestieri e portata/lontano da qui/da mettere in bella vista/in quelle
belle case
Questa poesia ci riporta l’atmosfera
tipica del frantoio che era presente in ogni paese. Ecco perché
l’autore dedica loro questi versi, per fermarne nel tempo le caratteristiche
in nome degli oggetti e strumenti di lavoro che hanno visto la fatica di
intere generazioni, di tutto un modo di stare al mondo e di nominarlo.
Ma noi quegli oggetti li vogliamo di nuovo qui, visitabili da chiunque,
qui dove sono nati, usati, vissuti, veri e propri punti di riferimento
per la conoscenza della nostra storia. Abbiamo iniziato l’allestimento
del Museo partendo proprio dal percorso che dalle olive portava all’olio
finito: L’olio che era l’oro della casa e la comunità ortonovese
ha collaborato fattivamente portando vari oggetti che vedete esposti. Altri
ne verranno in questo scambio continuo che vede il Museo in un rapporto
continuo con la sua gente.
E’ un museo aperto, quello che noi
vogliamo, un museo che si fa piazza, ritrovo, luogo di studio, di apprendimento,
di convegni intorno ad una cultura che non va assolutamente dimenticata
ma conservata, analizzatata e tramandata. Ogni oggetto è raccontato
in una scheda dettagliata che chiarisce anche il contesto socio-economico
culturale in cui questi oggetti avevano ragione di esistere. Oggetti che
sono già tutti della memoria e sarebbero in via di sparizione se
gli Enti Locali, quasi custodi di queste voci, non li avessero fermati
sulla soglia delle case e non li avessero riconsegnati alla comunità
che li ha prodotti ed usati. Ci colpisce in tenerezza l’economia domestica
delle pentole rattoppate; è una speciale malinconia la compagna
di questo viaggio perché sappiamo che il recupero dell’oggetto è
legato al mantenimento nel linguaggio della parola che lo definisce "Nomina
sunt consequentia rerum". Persi gli oggetti dietro tutte le colline e i
casolari sperduti, dentro un superstite silenzio, sono perse anche le parole
in una progressione reciproca. Dice ancora il poeta Bertolani:
A volerlo scrivere tutto/il conto
degli oggetti spariti/non basterebbe il foglio grande/di questo prato di
erba sbiadita/Oggetti della casa/Oggetti della vita/spariti/dimenticati
E' questa la malinconia della perdita,
delle voci che non si sentono più, dei racconti dei vecchi mentre
scartocciavano il granturco (e non è forse da queste parti che a
fine agosto si organizza la festa della scartozzera?).
Ma è da qui che bisogna partire
per avviare uno studio approfondito del dialetto, della tradizione orale,
per difenderci da un tempo che tende all'onnipotenza del presente, a dimenticare
le testimonianze di una piccola "archeologia morale" che dice su di noi,
forse, molto di più che certe sofisticate e gelide indagini sociologiche.
Dicevamo testimonianze di un modo di essere lontano da ogni inutilità
verbale, dalla gran chiacchera che oggi ci strangola, un modo di essere
in cui i poveri, caldi oggetti parlavano da soli un linguaggio assolutamente
naturale e prodigioso. Un linguaggio che troviamo in questa poesia di rodolfo
di Biasio che non ci parla di frantoi ma di un modo di stare insieme, ci
consegna una certa atmosfera, ci porta nei paesi gentili degli orti, del
timo e della menta e conosciamo bene l'uso che ne facevano le nostre nonne!
Apriamo, dunque, il Museo, incontriamoci
ancora:
Perchè le case, tutte le
case/ormai sono nate senza l'orto/quello piccolo, l'occhio della casa/dove
i piccoli senza spavento/conoscevano bruchi millepiedi/le lumache della
terra/prendevano fichi dal fico/le mele dal melo/dove i vecchi misuravano
l'altezza del sole/e sapevano il posto per sedersi/in tutte le ore del
giorno./Per tutto questo e per altro/Che è inutile ridire ora/Forse
un'altra volta o/Per un'altra poesia/Viaggiamo/Su una mappa di lettura/Difficile/Dai
tracciati consumati/In cerca di un approdo/Ritardato sempre dai venti/Soffianti/Da
computi sbagliati/Così è tempo di fissarci/La meta/di innalzare
case/con l'orto/per parlare con gli altri/attraverso la siepe./
<Roberto di Biasio>
L'Assessore Pubblica
Istruzione e Cultura
Dott. Francesco Pietrini
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