Franceso Pietrini
            Assessore 
            Pubblica Istruzione
            Cultura
            Comune di Ortonovo
BENVENUTI AL MUSEO ETNOGRAFICO DI ORTONOVO
Quando nel 1985 il poeta spezzino Paolo Bertolani pubblicava, presso Einaudi, il libro in dialetto della Serra (piccolo paese sulle colline di Lerici)  Seinà, cioè Serate al cui interno compariva la poesia “Torci” cioè “Frantoi”, il Museo Etnografico che oggi Voi potete visitare si era appena affacciato nei pensieri degli amministratori locali ed il vecchio frantoio mostrava ancora tutti i segni del tempo che lo avrebbero avviato verso una sicura rovina trascinando con sé ogni memoria di questo particolare luogo in cui non solo si svolgevano tutte le attività relative alla spremitura delle olive ma fungeva anche da luogo di incontro, luogo importante per l’economia locale e per scambi di esperienze. Momenti di aggregazione in quell’arco dell’anno che da novembre arrivava sino alle soglie della primavera:

Allora/così/a casaccio/tanto per cominciare:/presse, ramaioli,/un fumo chiaro e leggero,/ l’odore della pasta d’olive/che si sfanno,/sansa nell’angolo scuro,/ caldaia alla notte infuocata,/fornella con le patate/sotto la cenere/e poi intinte nell’olio/appena creato…/E poi?/Pozza dell’olio tiepido/Dove una sera, da ragazzo,/sono caduto,/e macine/e pulegge…./Quante parole / andateQuante cose..Salvo qualcuna,/racimolata dai forestieri e portata/lontano da qui/da mettere in bella vista/in quelle belle case

Questa poesia ci riporta l’atmosfera tipica del frantoio che era presente in ogni paese. Ecco perché l’autore dedica loro questi versi, per fermarne nel tempo le caratteristiche in nome degli oggetti e strumenti di lavoro che hanno visto la fatica di intere generazioni, di tutto un modo di stare al mondo e di nominarlo. Ma noi quegli oggetti li vogliamo di nuovo qui, visitabili da chiunque, qui dove sono nati, usati, vissuti, veri e propri punti di riferimento per la conoscenza della nostra storia. Abbiamo iniziato l’allestimento del  Museo partendo proprio dal percorso che dalle olive portava all’olio finito: L’olio che era l’oro della casa e la comunità ortonovese ha collaborato fattivamente portando vari oggetti che vedete esposti. Altri ne verranno in questo scambio continuo che vede il Museo in un rapporto continuo con la sua gente.
E’ un museo aperto, quello che noi vogliamo, un museo che si fa piazza, ritrovo, luogo di studio, di apprendimento, di convegni intorno ad una cultura che non va assolutamente dimenticata ma conservata, analizzatata e tramandata. Ogni oggetto è raccontato in una scheda dettagliata che chiarisce anche il contesto socio-economico culturale in cui questi oggetti avevano ragione di esistere. Oggetti che sono già tutti della memoria e sarebbero in via di sparizione se gli Enti Locali, quasi custodi di queste voci, non li avessero fermati sulla soglia delle case e non li avessero riconsegnati alla comunità che li ha prodotti ed usati. Ci colpisce in tenerezza l’economia domestica delle pentole rattoppate; è una speciale malinconia la compagna di questo viaggio perché sappiamo che il recupero dell’oggetto è legato al mantenimento nel linguaggio della parola che lo definisce "Nomina sunt consequentia rerum". Persi gli oggetti dietro tutte le colline e i casolari sperduti, dentro un superstite silenzio, sono perse anche le parole in una progressione reciproca. Dice ancora il poeta Bertolani:

A volerlo scrivere tutto/il conto degli oggetti spariti/non basterebbe il foglio grande/di questo prato di erba sbiadita/Oggetti della casa/Oggetti della vita/spariti/dimenticati

E' questa la malinconia della perdita, delle voci che non si sentono più, dei racconti dei vecchi mentre scartocciavano il granturco (e non è forse da queste parti che a fine agosto si organizza la festa della scartozzera?).
Ma è da qui che bisogna partire per avviare uno studio approfondito del dialetto, della tradizione orale, per difenderci da un tempo che tende all'onnipotenza del presente, a dimenticare le testimonianze di una piccola "archeologia morale" che dice su di noi, forse, molto di più che certe sofisticate e gelide indagini sociologiche. Dicevamo testimonianze di un modo di essere lontano da ogni inutilità verbale, dalla gran chiacchera che oggi ci strangola, un modo di essere in cui i poveri, caldi oggetti parlavano da soli un linguaggio assolutamente naturale e prodigioso. Un linguaggio che troviamo in questa poesia di rodolfo di Biasio che non ci parla di frantoi ma di un modo di stare insieme, ci consegna una certa atmosfera, ci porta nei paesi gentili degli orti, del timo e della menta e conosciamo bene l'uso che ne facevano le nostre nonne!
Apriamo, dunque, il Museo, incontriamoci ancora:

Perchè le case, tutte le case/ormai sono nate senza l'orto/quello piccolo, l'occhio della casa/dove i piccoli senza spavento/conoscevano bruchi millepiedi/le lumache della terra/prendevano fichi dal fico/le mele dal melo/dove i vecchi misuravano l'altezza del sole/e sapevano il posto per sedersi/in tutte le ore del giorno./Per tutto questo e per altro/Che è inutile ridire ora/Forse un'altra volta o/Per un'altra poesia/Viaggiamo/Su una mappa di lettura/Difficile/Dai tracciati consumati/In cerca di un approdo/Ritardato sempre dai venti/Soffianti/Da computi sbagliati/Così è tempo di fissarci/La meta/di innalzare case/con l'orto/per parlare con gli altri/attraverso la siepe./

<Roberto di Biasio>

L'Assessore Pubblica Istruzione e Cultura
Dott. Francesco Pietrini